Il Succo del Guerrilla Marketing


succo_del_discorsoE’ online il nono numero della rivista specializzata Il Succo del Discorso, edita da Polaris Edizioni.

Ogni mese la redazione sceglie un argomento e seleziona una serie di “esper da intervista per approfondirlo.

Argomento del mese il Guerrilla Marketing… e in mezzo a “veri esperti” quali Fables, Dr_Who e Mubby, sono finito (per sbaglio) anche io.

Vi riporto il testo della mia intervista dal titolo: “Guerriglia: solo creatività o anche coraggio d’osare?”

Buona lettura (e non siate cattivi con me… lo dico sempre che non sono un “esperto”… ehehe ;-) )

Fin qui abbiamo cercato di capire cos’è il Guerriglia. Ma se dovessimo partire da una definizione? Abbiamo rivolto questa domanda a Davide Basile, web & social media marketing specialist e fondatore del blog kawakumi.com.

“Secondo Jay Conrad Levinson, inventore negli anni ’80 del Guerrilla Marketing, quest’ultimo consiste nella realizzazione di obiettivi convenzionali (i profitti), con metodi non convenzionali (investire energia invece dei soldi)”.

Molto chiara ed incisiva come descrizione. Poter ottenere profitti investendo energia anziché il “vil denaro” sembra una pratica molto virtuosa, che mette in gioco non solo il potere economico dell’azienda, ma la sua stessa identità, la sua stessa capacità di comunicare in maniera spontanea e sincera. Ma che caratteristiche deve avere un’azione di questo tipo per risultare vincente?

“Un’azione di Guerrilla per essere efficace deve avere un forte impatto creativo, essere dirompente, fare molto rumore e lasciare il segno. L’imperativo è prendere tempo alla gente!”

Mi sembra di cogliere una visione radicale e molto forte di quello che è il Guerriglia. Ma accanto alla potenza creativa della proposta, ci sono altri elementi che influenzano il successo di queste azioni?

“Il problema è che per mettere in piedi un’azione di Guerrilla con la G maiuscola c’è bisogno prima di tutto di aziende con un’ identità netta e forte e una mentalità differente.

Troppo spesso in Italia il Guerrilla viene ancora confuso con l’event marketing o il neighborhood marketing. Una sfilata di moda, un concerto o una festa sono occasioni di event marketing. Una carovana di auto semidistrutte, fumanti, che attraversa a passo d’uomo il centro cittadino di Manhattan e Los Angeles per promuovere Driver2, videogioco centrato sul tema degli inseguimenti automobilistici, è una azione di Guerrilla Marketing.

Quando i responsabili delle aziende italiane capiranno bene questa differenza, allora (forse) si potrà finalmente parlare di Guerrilla all’italiana.”

Hai parlato di come in Italia interpretiamo, spesso confondendolo, il Guerriglia Marketing… L’impressione che ho è che noi italiani non riconosciamo in modo chiaro il Guerriglia perché, anziché riflettere su come comunichiamo e su come vorremmo farlo, ci siamo abituati ad assorbire tutte le frizzanti novità che arrivano dalla ridente America. Tu come vedi il Guerriglia italiano?

“Il Guerrilla Marketing italiano è, a mio parere, ancora in fase embrionale e non per mancanza di menti creative. Esistono, infatti, agenzie specializzate che lavorano in maniera egregia…”

Ma allora come si spiega la sottile reverenza che spesso in Italia il mondo della comunicazione ha nei confronti delle nuove tendenze che solitamente arrivano da oltreoceano?

“Non credo che si tratti di una questione di sudditanza psicologica, e detto sinceramente non credo neanche sia un problema strettamente legato a quello che tu definisci “mondo della comunicazione”.

Il problema, secondo me, risiede nel mondo dell’azienda… in USA ci sono aziende che “permettono” al mondo della comunicazione di operare liberamente e di mettere in pratica le idee anche più rivoluzionarie. E il bello è che lo fanno, almeno all’inizio, anche senza spendere brand e nome (vedi Burger King), perché comprendono che in una fase teaser, per non insospettire/indispettire il consumatore postmoderno, è necessario che sia così…

In Italia aziende così “lungimiranti” si contano sulle dita di una mano (anche se ultimamente qualcosa si muove).

Questo è il problema, secondo me. Se non c’è chi “investe” (non solo in termini economici, ma soprattutto in termini di fiducia) su queste nuove tecniche di marketing, queste tecniche hanno poco futuro.”

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